Mori, un processo senza

E’ da augurarsi che un giorno qualcuno chieda verità e giustizia sulle ragioni che hanno spinto la procura di Palermo a mettere in piedi un processo  così impegnativo per accertare se c’è mai stata una trattativa tra la mafia e alcuni funzionari infedeli dello stato, primo fra tutti quel Mario Mori che nel gennaio del ’93, da colonnello dei Ros, ebbe il non secondario merito di catturare Totò Riina, boss dei corleonesi e cervello delle stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
10 AGO 20
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E’ da augurarsi che un giorno qualcuno chieda verità e giustizia sulle ragioni che hanno spinto la procura di Palermo a mettere in piedi un processo così impegnativo per accertare se c’è mai stata una trattativa tra la mafia e alcuni funzionari infedeli dello stato, primo fra tutti quel Mario Mori che nel gennaio del ’93, da colonnello dei Ros, ebbe il non secondario merito di catturare Totò Riina, boss dei corleonesi e cervello delle stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il processo muove dal sospetto che il colonnello Mori e il capitano De Donno, dopo l’attentato di Capaci, maggio 1992, abbiano contattato Vito Ciancimino, testa di ponte tra i corleonesi e la malapolitica palermitana, per tentare di identificare i responsabili del terrorismo mafioso e arginare comunque la campagna di sangue. In ogni altro contesto, il tentativo dei due ufficiali sarebbe stato archiviato come un gesto di ordinaria amministrazione o addirittura come un atto dovuto: cosa può fare uno sbirro, di fronte a tanta violenza, se non entrare in quella zona grigia che divide il lecito dall’illecito e cercare un qualunque complice o qualunque confidente disposto a “vendersi” il boss?

Ma Mori e De Donno anziché ottenere una medaglietta dallo stato, hanno collezionato soltanto guai: in particolare un processo senza fine che, per trasformare in reato quello che è il normale lavoro di un investigatore, ha messo in moto una infernale macchina giudiziaria in grado di sfornare giorno dopo giorno indiziati e testimoni eccellenti: l’altro ieri è tornato nel tritacarne, come indagato, Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano, assolto dal “concorso in associazione” dopo una “persecuzione”, parola sua, durata 17 anni; e ieri è entrato in aula a Palermo come testimone Nicola Mancino, ministro dell’Interno negli anni della fantomatica trattativa. Secondo i pm, in ossequio all’ipotetico patto stretto da Mori con la mafia – voi la smettete con le stragi e noi faremo in modo che venga alleggerito il carcere duro – si sarebbero prestati al gioco alcuni importanti organi dello stato.

E per confermare tale ipotesi sono stati chiamati a rendere la loro versione dei fatti, oltre a Mancino, altri protagonisti di quella stagione politica: dall’ex presidente Scalfaro all’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. Il quale, candidamente, ha ammesso di avere sottratto “di sua propria iniziativa” oltre trecento picciotti ai rigori del 41 bis.

Non essendo stato incriminato per falsa testimonianza, c’è da credere che Conso abbia detto la verità. E così il processo, che già era senza reato, ha cominciato a perdere anche il movente. L’unico piatto forte, dentro quel mare di carte, restano le dichiarazioni – che i pm chiamano ancora rivelazioni – di Massimo Ciancimino, il fantasioso figlio di don Vito, che per tre anni è stato portato in processione nei più compiaciuti show televisivi come pentito di ultima generazione. Ma alla fine della giostra il ragazzo, che voleva accreditarsi come ventriloquo del padre, si è rivelato un pataccaro e gli stessi magistrati che lo avevano tanto coccolato lo hanno dovuto arrestare per falso. Di conseguenza, il processone che vede come principale imputato Mori è rimasto senza reato, senza movente e senza testimone d’accusa. Un successo.